venerdì 15 dicembre 2017

commenti randomici a letture randomiche - XLVIII

prendiluna è l'ultimo (per ora) romanzo di stefano benni, che mi ha fatto compagnia per numerosi viaggi in autobus fino a un paio di settimane fa. ammetto che negli ultimi anni benni, con i suoi romanzi più recenti, mi aveva un pelino delusa e me ne ero allontanata.
di prendiluna, da brava gattomane, mi aveva da subito fatta innamorare la copertina piena di gatti, l'ho preso senza pensarci troppo, sentendo che poteva essere la volta buona di riavvicinarmi a uno dei miei scrittori preferiti.
e, saranno stati i diecimici, sarà stato dolcino, o forse la buona prendiluna, ma pare proprio che abbiamo fatto pace.

la storia è quella di prendiluna, anziana insegnante ormai in pensione, e della profezia rivelata da un gatto fantasma che solo lei può realizzare: portare a termine la sua missione - trovare dieci giusti a cui consegnare i diecimici - è l'unico modo per salvare l'umanità.
il viaggio di prendiluna si sposta nel mondo reale e in quello onirico, ed è difficile decidere se sono più assurdi e inverosimili i trumpi cattivi e razzisti che incontra su un pullman o i trisogni che condivide con dolcino l'eretico e michele l'arcangelo, due pazzi - forse, di certo internati in manicomio - che insieme a lei vogliono salvare il mondo destituendo finalmente dal suo potere sconfinato il diobuono, che forse poi così buono non è.
tra partite di pallone invisibile, regine dei sex shop, trasmissioni televisive patetiche, lotte tra angeli e diavoli, sogni matrioska, poliziotti con il pallino del cinema, odiatori seriali, anime gentili e sette misteriose e crudeli, in un mondo più folle e insensato del più assurdo sogno che cornelius noon abbia mai studiato, si ritrova il buon vecchio stefano benni di margherita dolcevita e di saltatempo, con il suo stile inimitabile, la sua ironia che non risparmia nessuno e la sua capacità di saper rendere goffamente adorabile una realtà di stupidi schermodipendenti in cui eroi nascosti, incontri indimenticabili e amori infiniti, sanno restituire all'umanità la fiducia che a volte sembra perdere in se stessa.
sicuramente non il suo romanzo migliore, non all'altezza di elianto o la compagnia dei celestini, per citarne due, ma a mio modestissimo avviso il più riuscito degli ultimi anni.

durante il periodo di sconti di coconino di qualche tempo fa ho recuperato un po' di titoli che volevo, tra cui faremo senza di manu larcent, un libro di cui avevo letto tanto bene che non potevo farmelo scappare.
in effetti è un libro bellissimo, ma che non mi aspettavo così pesante. da noi è uscito dieci anni dopo l'edizione francese, come tiene a ricordarci zerocalcare che ha tradotto e introdotto (qui) l'edizione italiana, e questa è un po' la prova che, anche se solitamente si parla tanto dei libri appena pubblicati e poco di quelli più vecchi, un buon libro non ha la data di scadenza.
faremo senza non ha una vera e propria trama, è più qualcosa a metà tra un flusso di coscienza e una sorta di sfogo tardoadolescenziale (l'autore l'ha scritto quando aveva vent'anni, ma va bene anche a trenta, fidatevi) sulla vita, l'ansia, le paure, il senso di inadeguatezza.
zerocalcare dice "quanto è tutto dolorosamente vero" e in effetti potremmo chiudere il commento con questa frase: questo omino buffo e un po' tenero che attraversa le tavole da una pagina all'altra, alle prese con i suoi mostri personali è una sorta di assoluto, l'omino buffo che ognuno di noi ha dentro e che deve fare i conti con quel gran casino che è la vita.


non è facile raccontare questo lungo, cupo monologo, alleggerito solo dai disegni a volte quasi comici, faremo senza è un libro che va letto, che bisogna chiudere di tanto in tanto e rimanere qualche minuto o qualche ora a pensarci su, magari a smaltire il magone che a volte sale inevitabilmente in gola.

tutta un'altra storia per il primo, spettacolare e disturbate volume di animosity, in uscita in questi giorni per saldapress, scritto da marguerite bennett e disegnato da rafael de latorre: cosa succederebbe se improvvisamente gli animali si risvegliassero, sapessero parlare e avessero una coscienza come quella degli uomini? ovviamente, sarebbe il caos.
stanchi di essere uccisi, abbandonati, sfruttati, trasformati in cibo, cavie da laboratorio o pellicce, la rivoluzione sarebbe immediata.

sandor, un vecchio bloodhound e la sua bambina jesse, amici da sempre, si ritrovano nel bel mezzo della guerra più incasinata e feroce che si possa immaginare, in un mondo ancora sconvolto e del tutto impreparato ad affrontare una novità del genere.
e mentre da un lato umani e animali cercano di trovare accordi su come riuscire a sopravvivere tutti insieme adesso che certo è impossibile continuare a cacciare e allevare, dall'altro sandor, con il cuore colmo d'amore per la bambina che l'ha cresciuto, amato e protetto da sempre, ha capito che è arrivato il momento di invertire i ruoli e, adesso che lei è rimasta sola e non ha altri al mondo, deve riuscire a portarla indenne dal suo fratellastro che, nonostante non la conosca, può di certo assicurarle un futuro più sicuro di quanto non sia capace di fare un cane già anziano.

animosity sa passare bene dall'atmosfera tesa, violenta e spesso cruenta che caratterizza buona parte della narrazione e che la mantiene viva e accattivante senza mai spingere troppo sull'acceleratore, e quella dolcissima e malinconica tra sandor e jesse. basta meno della metà di questo primo volume per entrare appieno nella storia, farci coinvolgere e desiderare scoprire come andrà avanti la loro avventura, promosso a pieni voti.

ultimissima lettura è ophidian - avvento, di lucio perrimezzi e francesca follini, edito da noise press, una sorta di numero zero su quella che potrebbe essere una nuova serie parecchio interessante.
per via delle poche pagine del volume, la narrazione è velocissima e serrata, e densa di colpi di scena praticamente a ogni tavola. senza fare spoiler, ci ritroviamo insieme a seth frozen, brillante avvocato, a scoprire che angeli e demoni sono una realtà molto più vicina di quanto potessimo immaginare.
seth, risvegliatosi da pochi anni da un coma che lo lasciava senza speranze, ha scoperto le sue origini, la storia della sua famiglia e di come questa si collega alla battaglia più antica del mondo: quella tra dio e i suoi angeli, reietti, privati della loro condizione, relegati a vivere tra gli uomini, condannati come gli uomini alla morte.
quale dio può dirsi misericordioso, buono e giusto se tradisce i suoi figli? e come si può obbedire e essere fedeli a questo dio?
l'eterna lotta tra bene e male, dove ogni confine si fa labile e confuso è appena ricominciata, guidata da un nephilim contro il più infimo dei traditori.
la storia e i personaggi sono affascinanti, e se proprio dobbiamo trovare un difetto a questo volume è l'eccessiva velocità con cui sono presentati gli eventi. coerente per essere un numero zero, mi auguro che il seguito della storia sappia gestire meglio i tempi e approfondire di più il complesso background che è stato presentato di sfuggita fino ad adesso.

mercoledì 13 dicembre 2017

a sort of fairytale ~ 3 & intervista a ludovica ceregatti e paolo maini

si conclude con il terzo volume (anche se mi permetto di sperare che sia solo un per ora) la favola distopica e post apocalittica scritta da paolo maini e disegnata da ludovica ceregatti, a sort of fairytale, per noise press.
abbiamo seguito zoe nel suo viaggio in un mondo devastato dagli uomini e punito dalla natura, alla ricerca dei suoi genitori (rifugiati forse in uno degli ultimi avamposti dove gli uomini riescono a sopravvivere alle bestie mutanti e ai predoni), scortata dal più improbabile degli amici ( un gigantesco bestione con dei denti enormi e dall'animo buono, o più  semplicemente grunt), con alle calcagna il cacciatore, alla quale è scappata miracolosamente, ma che per qualche motivo deciso di volere la ragazzina viva e a ogni costo.
l'avamposto diciotto non è stato il rifugio sicuro che zoe si immaginava, i suoi genitori non erano lì e gli uomini del cacciatore l'hanno trovata anche lì...


in quest'ultimo volume il cerchio, aperto anni prima della nascita della nostra protagonista, finalmente si chiude, facendo sanguinare vecchie ferite, scoprendo segreti celati per troppo tempo, richiedendo necessari terribili sacrifici, tutto in nome di un qualche futuro per un'umanità ormai condannata.

zoe e grunt hanno un nuovo alleato, il buon wally, pavido e lagnoso archivista dell'avamposto diciotto, un uomo che nonostante tutto sa tirar fuori un po' di grinta quando serve: l'avamposto diciotto è sotto assedio e l'unico modo per fermare il cacciatore è dargli quello che chiede, ovvero il guardiano.
un segreto lega questi due uomini, qualcosa di terribile (che no, non vi dirò) che pesa sulle coscienze di entrambi, mescolando in modo indistinguibile ragione e torto, rendendo meno cattivi i cattivi e meno buoni i buoni: c'è stato, nella storia più recente di questa umanità sconfitta un momento in cui le emergenze, le situazioni critiche e tragiche, gli attimi in cui ogni decisione deve essere presa subito e cercando di limitare i danni, ha portato a conclusioni necessariamente lontane da qualsiasi concetto di giustizia, uguaglianza, parità.
è tremendo, orribile, ingiusto eppure in momenti come quello, non c'è altra soluzione se non il sacrificio di alcuni per il bene di molti.
ecco perché c'è chi ha un debito da pagare e chi non vede l'ora di saldare, ecco il perché di tanta violenza in un mondo già sull'orlo dell'autoannientamento, dove gli uomini - dimentichi della propria umanità - sono diventati più animali di quelle bestie che - anche loro ormai mutate - hanno quasi miracolosamente fatto loro valori tanto lontani della loro natura.
in questo scenario già troppo complicato, zoe rappresenta la svolta che stravolgerà, nel bene o nel male, il destino dell'umanità.

preparate i fazzoletti e godetevi l'ultimo atto di questa sorta di favola, io intanto lascio la parola a ludovica e paolo!

ciao ragazzi, grazie mille per la vostra disponibilità e benvenuti su claccalegge!
paolo, come hai "scoperto" che volevi sceneggiare fumetti?
PAOLO: È stata una scoperta provvidenziale. Avevo da poco concluso il mio percorso di studi in giurisprudenza e mentre mi interrogavo sul da farsi ho realizzato che non avrei poi tanto gradito una vita dedicata alla difesa e al carico dei problemi altrui per tutta l'esistenza... non so se mi spiego. Così è riaffiorata la mia passione innata per la scrittura, che si è palesata come una vocina che mi ha suggerito di tornare ad uno dei miei primi amori: il fumetto, per l'appunto. A tredici anni avevo iniziato un percorso di studi al liceo artistico di Piacenza. Ho sempre promesso a me stesso che, in un modo o nell'altro, un giorno sarei entrato nel mondo del fumetto. Visto e considerato che con il disegno (mia prima passione) non è andata proprio come speravo, ho ripiegato sulla scrittura passando, l'anno successivo, al liceo Classico (cambio radicale, lo so). Questo passaggio drastico mi ha dato delle ottime fondamenta su cui poter ricostruire i dettami della mia passione. Se ci penso mi vien quasi da sorridere a pensare come, passivamente o meno, io sia finito a trattare di fumetto malgrado le strade percorse non lo contemplassero nemmeno.
ludovica, come hai iniziato la tua carriera di disegnatrice?
LUDOVICA: Professionalmente è iniziata quando mi sono trasferita a Roma e ho iniziato a frequentare la scuola internazionale di comics, ma in realtà ho sempre amato disegnare fin da bambina quindi mi piace pensare che la mia carriera sia iniziata allora :)
paolo, a sort of fairy tale è la prima storia che hai scritto? nel terzo volume dici che risale al 2011
PAOLO: Confermo. Ho concluso il mio percorso di studi alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia nel 2011. Terminata quell'esperienza ho avuto giusto il tempo di riordinare le nozioni apprese, provando a scrivere la prima idea che mi era giunta da una serie di suggerimenti letterali e cinematografici che da sempre mi porto appresso. Ne scaturì un soggetto senza nome, ma con una direzione e un intento precisi. Volevo ibridare la classica fiaba ad una realtà che non avrebbe avuto nulla di fiabesco. Volevo creare un paradosso, vissuto e interpretato per mezzo del punto di vista di un innocente. Pensai subito ad una ragazzina. Protagonista difficile per uno scrittore maschio, etero e non poi tanto giovane. Subito tentai di arginare la difficoltà recitativa, cercando una disegnatrice. La trovai... anzi! Ne trovai due nel mentre. Con una proseguii per un po' di tempo, ma sfortunatamente i suoi impegni non le consentirono la dovuta costanza per un progetto così ambizioso. Così trascorsero due anni di stallo, finché poi, come un fulmine a ciel sereno, giunse Ludovica. Fu subito attratta dal progetto e il suo entusiasmo mi contaminò a tal punto da convincermi a riprendere in mano ASOF con la medesima esaltazione con cui ero partito. I tre anni a venire (quelli che hanno anticipato la pubblicazione con Noise Press) sono stati utili a creare un ottimo rapporto di sincronia a complicità con Ludovica.
ma da quando hai scritto la storia la prima volta a quando è diventata un fumetto, è cambiato qualcosa?
PAOLO: Non tanto a dire il vero. L'idea embrionale è sempre stata "al sicuro" nella cassaforte della mia psiche contorta.  Ho sempre avuto un punto di partenza e un finale ben delineati, anche se, spesso e volentieri, mi è capitato di iniziare un capitolo partendo in una direzione che poi è stata letteralmente scartata a favore di un'altra. Diciamo che la parte centrale di ASOF è stata figlia dell'improvvisazione dettata dalla direzione ben precisa che la storia stava scegliendo per se stessa. Capita a volte che sia la storia stessa a dirti dove vuole andare, declassandoti a mero esecutore di una volontà che ambisce ad essere raccontata a modo suo. Wally, ad esempio, è stato un personaggio non previsto, ma necessario. Zoe abbisognava di una spalla che non fosse "Grunt" (o Big Foot, come amo chiamarlo).  Qualcuno che potesse, in qualche modo, tenerla ancora legata ad una realtà tragica, in contrasto con quella fantastica che Grunt le elargiva costantemente. Qualcuno che potesse farla crescere oltre la sfera difensiva che le favoriva, naturalmente e passivamente, il suo compagno fantastico, insomma. Anche il concept di Grunt è cambiato radicalmente con l'avvento di Ludovica. Ricordo ancora quando mi propose uno dei suoi primi studi sul personaggio: mi presentò due pagine a fumetto che la ritraevano mentre mi illustrava le varie funzionalità del design da lei proposto. Dio... se ci penso mi viene ancora voglia di ridere e di applaudire la sua geniale follia.
ludovica, qual è il personaggio di asof che preferisci e quale quello che ti sei divertita di più a disegnare?
LUDOVICA: È davvero difficile da scegliere quale sia il mio preferito. C'è il Bigfoot (Grunt per gli amici :D) così amorevolmente peloso ma anche mortalmente pericoloso.. il Cacciatore, perché si sa, il pazzo assassino ha sempre il suo fascino :D..Ma probabilmente la mia preferita è Zoe. Una bambina molto dolce, molto forte e molto buffa e quindi anche molto divertente da disegnare perché molto espressiva. Zoe è stata anche il primo personaggio che, con l'aiuto di Paolo, ho creato da zero, quindi avrà sempre un posto importante tra tutti i personaggi che ho disegnato e disegnerò.
come è nato - graficamente - il personaggio di grunt? prende ispirazione da qualche animale, o meglio da qualche miscuglio di animali, che hai scelto per dei motivi in particolare?
LUDOVICA: Grunt è graficamente nato come il classico BigfoOt che tutti conosciamo.. ha poi subito pian piano delle “mutazioni” :Ddoveva essere una creatura che di base doveva incutere timore, quindi grosso, curvo, con denti sporgenti, pelo ispido, corna e artigli; poi l'abbiamo smussato per renderlo più carino e coccoloso. Diciamo che molto lo fa il suo sguardo sempre un po' buffo e la recitazione.
grunt wants you (asof@facebook)

come avevi immaginato grunt inizialmente? anche per la definizione grafica di zoe è cambiata poi quando ludovica l'ha disegnata la prima volta?
PAOLO: Considerata la tua affezione alla storia, voglio regalarti una perla esclusiva: in prima stesura il titolo di ASOF era, in realtà, "Big Foot". Sono sempre stato vittima del fascino intrinseco di questa "leggenda metropolitana" e, come tale, mi sono sempre chiesto come riuscisse una bestia di quelle dimensioni a sfuggire agilmente dagli obiettivi dei curiosi. Da questa meditazione ne è scaturita l'idea per l'abilità mutaforme di Grunt. Quindi, in prima battuta, Grunt non aveva corna e volto suggeriti in seguito da Ludovica. A lei il merito di aver reso più simpatico e amabile un "mostrone" che nella mia testa si rifaceva molto ai connotati "classici" derivanti dalla leggenda che tutti noi conosciamo bene. Per quanto riguarda Zoe, invece, il personaggio è sempre stato chiaro fin dal principio. Ricordo di aver dato a Ludo un paio di reference che si ispiravano molto ai bambini attori che, in quegli anni, spopolavano nel cinema d'azione e non. Ludo poi ha fatto il resto. Devi sapere che è una grande amante dei vestiti "morbidosi" e questa "passione" (chiamiamola così...) ha fatto sì che Zoe avesse due orecchie cucite sul cappuccio del suo impermeabile. Credimi se ti dico che d'inverno potresti incrociare per strada Ludo vestita allo stesso modo... e forse anche d'estate!
è stato facile farlo "recitare"? nel senso, grunt sa essere a volte tanto tenero da risultare goffo e innocuo, e altre volte invece diventa spaventoso... 
LUDOVICA: La recitazione è, secondo me, la parte più divertente del lavoro e mi è sempre piaciuto farlo. Con Grunt è stato ancora più divertente perché in quanto animale e quindi senza parola, ho dovuto caricare ancora di più le sue espressioni.Armata di specchio facevo un sacco di facce buffe e le studiavo :D
paolo, come è stato collaborare con Ludovica? vi siete trovati d'accordo su tutto fin da subito o hai qualche aneddoto divertente riguardo qualche aspetto del fumetto su cui vi siete trovati in disaccordo?
PAOLO: Ludovica mi ha fatto intendere il vero significato alla base del termine "attore feticcio". Quando si parla di Scorsese è inevitabile pensare anche a DiCaprio.  Stesso discorso per Tarantino e Samuel Jackson o per Nolan e Jospeh Gordon.  Insomma... con Ludo tutto diventa più semplice. Ci siamo trovati fin da subito, fino a sfociare in un punto dove mi sarei potuto permettere il lusso di raccontarle le tavole a voce, senza doverle prima sceneggiare.  Con lei ho fatto altri tre progetti, tutti permeati dalla stessa complicità che ha sempre guidato la nostra collaborazione. È una disegnatrice completa, attenta e assolutamente rispettosa per il ruolo registico/direttivo che dovrebbe ricoprire ogni sceneggiatore di fumetti che si rispetti. Quindi no, non ci siamo mai trovati in disaccordo... e sì! Sarebbe fantastico continuare a collaborare con lei in futuro. È cosa rara trovarsi così bene con un collega, quindi posso dire di essere stato più che fortunato ad incontrarla lungo il cammino.
ludovica, quale è stato il primo pensiero quando hai letto la sceneggiatura di paolo?
LUDOVICA: Che era la storia giusta per me. Ho sempre amato le avventure con ragazzi/bambini come protagonisti e  amo i mostri o  le creature strane. In ASOF c'è tutto questo :D
nella terza di copertina del terzo volume di asof c'è un dettaglio (non dico cosa per non fare spoiler) che potrebbe far sperare in una seconda parte della storia... possiamo sperarci?
PAOLO: Potete, ma non dovete. Come lettore non sono mai stato un amante delle storie infinite. Per me ogni storia ha un suo ciclo vitale, un inizio e una fine che dettano equilibrio. Se dovessi riprendere in mano ASOF non parlerei mai di un "post", ma di un "pre" semmai.  Tutto sommato, senza fare spoiler, devo ammettere che il finale ha comunque stuzzicato la pericolosa attenzione della mia fantasia.
se paolo decidesse di scrivere un prequel o un sequel di asof, vorresti continuare tu a disegnare le tavole? ed eventualmente di quale personaggio ti piacerebbe approfondire la storia?
LUDOVICA: Certo, mi piacerebbe disegnarle  anche se sarebbe interessante vedere i nostri personaggi disegnati da altri :DNon saprei, forse, tra tutti, mi piacerebbe approfondire il passato del Cacciatore
(asof@facebook)

prima parlavi di opere che ti hanno influenzato per la sceneggiatura di asof, c'è un titolo in particolare che ti ha ispirato?
PAOLO: All'epoca avevo da poco concluso la lettura di "The Road" di Cormac McCarthy. Trovai fantastico il modo in cui l'autore aveva gestito due personaggi legati da così tanti affetti in seno ad uno scenario così misterioso e devastato. Adoro McCarthy, ma soprattutto adoro la sua abilità nel semplificare ogni aspetto che necessita di una cura e di un tatto che un semplice "trattamento" non è in grado di favorire. Va anche detto che la lettura di The Road stimolò (per quanto riguarda la nascita di ASOF), in un modo che ancora oggi mi risulta incomprensibile, l'associazione mentale con il cartone "Fievel sbarca in america". Un cartone che ha segnato molto la mia infanzia, soprattutto perché era uno dei pochi che riusciva a inculcarmi un'angoscia tale da indurmi i lacrimoni, a tratti. Queste due contaminazioni hanno inciso molto sulla strutturazione di ASOF, il resto è un bel frullato di cose che mi porto appresso, mi riferisco anche a esperienze personali.
e invece, c'è un autore o un titolo in particolare che ti ha fatto decidere che avresti lavorato come sceneggiatore?
PAOLO: Domanda difficilissima... o "da un milione di dollari" che a dir si voglia. Beh, che dire... sono sempre stato un accanito lettore, soprattutto di fumetti. Malgrado questo, francamente ho sempre sottovalutato, per non dire ignorato, il ruolo dello sceneggiatore. Il tempo e la maturità mi hanno dato modo di comprenderlo meglio, associandolo sempre più al ruolo di un regista, se mi passi il paragone con il cinema. Posso dirti che la prima sceneggiatura con cui venni a contatto fu quella di Morrison, per il magistrale lavoro da lui svolto con Arkham Asylum. Rimasi stupito per la quantità di dettagli che Morrison si permise di suggerire a McKean. All'epoca lo ignoravo, ma quello era il mestiere di uno sceneggiatore: creare una storia, organizzarla, gestirla, collocare i personaggi in un ambiente, descriverli, farli recitare, etc. Una volta realizzato, ricordo che pensai tra me e me: "WOW! Uno sceneggiatore ha DAVVERO il potere di realizzare tutto questo?! Beh, se le cose stanno così, voglio poterlo fare anch'io!". Ad oggi, se vi capitasse di aprire la mia copia personale di Batman Arkham Asylum trovereste ancora a metà volume un foglio con impresso il mio primo, goffo, tentativo di scimmiottare Morrison in un mestiere che ancora non conoscevo del tutto. Quindi sì, esiste un seme della follia.
ludovica, chi sono i disegnatori che più hanno ispirato il tuo stile? 
LUDOVICA: Al momento ne ho uno in particolare, cerco di guardare più disegnatori possibili, anche molti animatori 
paolo, in asof c'è da un lato un'umanità che ha perso se stessa per ritrovarsi a uno stato quasi bestiale e al contempo una bestia che da essere molto "umana". questa dicotomia l'avevi decisa fin da subito o si è sviluppata in corso d'opera?
PAOLO: Era, ed è, uno dei capisaldi di ASOF. Come ho già detto, ASOF vuole essere un ponte tra due realtà in netta opposizione. Grazie a questo binomio ho avuto modo di esaltare il fantastico per mezzo del tragico e viceversa. C'è anche una forte riflessione sulla bestialità sopita che può emergere dall'essere umano in situazioni in cui l'istinto di sopravvivenza è messo alle strette. Un paradosso naturale che è stato più volte evidenziato sia nel cinema che nella letteratura (l'alba dei morti viventi, the Walking Dead), ma che vale sempre la pena ricordare... magari mettendola a paragone, come nel nostro caso, con la bizzarra umanità di un bestione.
com'è stata la collaborazione con noise press?
PAOLO: La collaborazione con Noise è semplicemente meravigliosa. Non è cosa comune (purtroppo) incontrare un editore in grado di condividere l'amore e la passione che un autore riversa sulla propria opera. Questo, in buona sostanza, è il segreto di Noise. Fin da subito Luca Frigerio e Alessandra Delfino ci hanno fatto intendere quanto forte fosse la loro fiducia in ASOF e nelle nostre capacità creative, curando il progetto in ogni minimo aspetto...quasi come se fosse un figlio per loro. Sono molto grato alla loro passione, ma lo sono ancor di più alla loro fiducia. Noise è sicuramente una casa che farà parlare di sé nella storia del fumetto italiano.
quali sono i vostri prossimi progetti?
PAOLO: Attualmente sto collaborando sempre per Noise in qualità sia di Editor che di sceneggiatore. Non posso ancora svelarti i dettagli del nuovo progetto in cantiere, ma sono certo che sarai tra i primi a saperlo. Per il resto, tra le altre novità che spero di pubblicare in Italia, sto anche vagliando la via del mercato estero... ma sono scaramantico, quindi mi fermo qui. 
LUDOVICA: Al momento ho un paio di progetti in corso ma mi sto ritagliando del tempo libero per un mio progetto personale
grazie mille e un sacco di imboccallupo per i vostri prossimi lavori!
LUDOVICA E PAOLO: Grazie per il tempo e l'attenzione, Claudia!

venerdì 8 dicembre 2017

BBB is coming to town ♪

e inizia oggi - otto dicembre, la giornata che da il via ai preparativi natalizi e che a casa mia si trasforma nella festa del fai l'albero prima che camilla faccia rotolare tutte le palline sotto i divani - il progettino natalizio del bbb, per concludere in bellezza l'anno trascorso insieme e prepararci al prossimo, che sarà pieno zeppo di sorprese che scoprirete tra pochissimi giorni!


per il mese di dicembre, diletta di paper moon ha avuto la bella idea di creare una sorta di secret santa che, da brave blogger, regala un consiglio ad hoc a sorpresa a ognuna di noi.
in attesa di scoprire quale sarà il libro/fumetto scelto per me (e da chi, sono curiosissima!), il mio consiglio di oggi, è per camilla di bibliomania: camilla è una ragazza un po' riservata, tanto dolce, amante della lettura, dei viaggi e del mare e, sopratutto girellando sul suo profilo instagram, mi ha subito fatto venire in mente la memoria dell'acqua, un fumetto che lessi qualche anno fa e che sa di salmastro, di avventura e di mistero.
sono sicura che è il tipo di storia che le piacerebbe tantissimo, spero di aver indovinato!

addobbi (infrangibili!) pronti per l'albero di natale!

e poi abbiamo anche pensato a un regalino per i lettori che amano le decorazioni di natale, i pupazzi di neve, gli scampanellii e l'atmosfera piena di lucine, gioia, felicità e zucchero a velo che si sparge dai pandori: adesso, oltre a riempire di gnomi felici ogni angolo di casa (e lasciarli uccidere dai gatti, chi ne ha uno lo sa bene!), potete rendere più natalizio anche lo schermo del pc, con i migliori auguri da parte di noi del book bloggers blabbering!

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mercoledì 6 dicembre 2017

haxa vol.1 ~ i confini del vento & intervista a nicolò pellizzon

75 anni fa, quando la torre di al hillani venne distrutta, l'umanità scoprì di essere stata ingannata. la guerra che aveva causato un milione di morti era stata sfruttata dalle uniche forze che potevano impedirla. [...]

scoprimmo che esiste un'energia che unisce le particelle più piccole dell'esistenza. l'haxa.
questa forza ha due nature che sono in lotta da sempre, per quello che ne sappiamo.
l'ars goethia, la capacità di evocare creature da altre dimensioni. il disprezzo per la vita. il piacere per la distruzione.
l'ars alchemica, la facoltà di manipolare gli elementi a partire da particelle invisibili. la ricerca di un equilibrio anche al prezzo di vite umane.

passano i secoli, l'umanità si evolve e si scopre in grado di usare la magia. il mondo sembra diversissimo da quello di oggi, eppure alcune cose non cambiano mai, la paura rimane uno dei sentimenti più diffusi e su quella paura nascono leggi e regole, per quella paura si fa male agli altri e per quel male si viene feriti.
questo è il mondo in cui ci guida nicolò pellizzon nel primo volume della sua nuova serie (che sarà composta in totale da quattro libri), haxa, e quale migliore giuda potrebbe affiancarci se non una ragazza, sophia (quale nome migliore?) che è appena stata scoperta e denunciata come hexida, cioè in quanto in grado di usare l'haxa.
già perché nulla sembra spaventare più la gente che chi ha questi poteri: a scuola ai ragazzi, in cui eventualmente i poteri si manifestano durante l'adolescenza, viene insegnata la necessità di denunciare e denunciarsi ai primi sospetti, senza scegliere di nascosto una delle due vie, ma consegnandosi a degli istituti che sembrano un misto tra una prigione e un manicomio.
sophia sembra abbandonata da tutti adesso che la sua natura è stata rivelata, dagli amici, dai compagni, persino dai suoi genitori. il futuro che la aspetta non sembra dei migliori, ma l'incontro con mark - anche lui un hexida in incognito - sembra essere il punto di svolta: scappare, fuggire da una società che ti addita come mostro, che non vuole neppure provare a capirti, per trovare un posto tuo, lì dove puoi essere senza paura quello che sei.

il dramma di sophia è, magia a parte, quello di qualsiasi adolescente, e forse - insieme alle straordinarie capacità visionarie e inventive che creano un mondo solito e credibile in ogni suo aspetto - è questo il punto di forza di haxa: una terra lontana dalla nostra, futuristica, tecnologica, magica, ma in cui si consumano le stesse tragedie che conosciamo noi.
e non parliamo solo di adolescenti, ovvio, l'haxa genera paure anche fondate perché, come qualsiasi potere, se nelle mani sbagliate può causare gravissimi danni, basti pensare al risultato delle invocazioni di creature da altre dimensioni, che contaminano e inquinano la terra, o gli attacchi terroristici, organizzati da gruppi di hexidi evidentemente stanchi di essere ghettizzati.

ne i confini del vento pellizzon ci introduce in una storia che, come dicevamo, è ancora ben lontana dal concludersi. la storia di sophia, che dovrà confrontarsi non solo con i tradimenti, con la paura, con le mille menzogne raccontate per rendere gli hexidi dei mostri agli occhi del mondo, ma dovrà anche imparare ad accettarsi e a controllare e usare bene il suo potere, si intreccia poi con quella di aiko, claire e le altre ragazze come lei, un gruppo di reiette che opera di nascosto non solo per la propria libertà, ma anche per scoprire davvero quali misteri collegati all'haxa sono stati insabbiati.

come al solito, nelle tavole pellizzon mischia bellissime ragazze dal look un po' punk a creature ibride e a volte quasi demoniache, colorando tutto con una tavolozza acida che rende il mondo di haxa ancora più lontano, magico e futuristico di quanto non lo sia già, realizzando pagina dopo pagina dei capolavori grafici che - e qui è tutto soggettivo, ma lasciatemelo dire - hanno una forza straordinaria e una bellezza più unica che rara.

per scoprire qualcosa di più su questa nuova serie, lascio la parola al suo autore! buona lettura!

ciao nicolò e benvenuto su claccalegge!
il tuo nuovo lavoro, haxa, è – come dicevo – una serie di ampio respiro, di cui al momento abbiamo letto il primo numero. com'è nata l'idea di scrivere di un mondo così complesso, tanto simile al nostro per certi aspetti e tanto lontano?
Per me l'idea che la magia sia tra noi è più vicina alla realtà che alla finzione. Inoltre ho sempre considerato gli scienziati e i ricercatori i veri maghi della nostra epoca. Mi sono sempre chiesto cosa succederebbe se il metodo scientifico stesso venisse messo in discussione. Se alcune scoperte future non possano farci tornare a un epoca pre-scientifica. Potrebbero essere reali, funzionare, ma non essere dimostrabili, ad esempio. Credo che questa idea sia nell'aria da un po' di tempo.
il mondo di haxa è un mondo imperniato sulla magia, eppure, nonostante sia a tutti gli effetti un fantasy, non è difficile scorgere riferimenti a problematiche a noi vicinissime (mi viene da pensare ai pregiudizi che siamo tanto bravi ad affibbiare a chiunque sia diverso da noi, oppure alla paura purtroppo da anni sempre più reale e vicina degli attentati terroristici). secondo te, parlare di problemi reali ambientandoli in un mondo fantastico può essere più utile per riuscire a comunicare l'urgenza di certe problematiche?
Non credo nell'urgenza delle problematiche né delle cose da dire. Le cose che ho da dire le dico, non scrivo una storia per questo. Ma scrivo una storia per dire quello che non so come esprimere.
I temi di cui parli, sono presenti (soprattutto nel primo volume) in modo incidentale perché ho cercato di immaginare realisticamente "cosa succederebbe se...?". È corretto dire anche che la finzione, quando trattata correttamente, produce un effetto specchio con chi ne fruisce. Quindi ha la possibilità di esprimere le cose in modo più chiaro, ma solo perché mostra fatti possibili.
È poi chi legge che da riscontro a questa percezione.
tra insegnamenti di magia, poteri straordinari e ragazzi arrabbiati con un mondo di cui non si sentono far parte, è facile riportare alla mente altri titoli di fumetti, film e romanzi, ma quali sono stati i tuoi ispiratori per questo lavoro?
Rispondo sempre in modo differente a questa domanda perché per me sono un insieme molto ampio di cose sedimentate nella mia testa. Probabilmente Il Signore degli Anelli e Dune sono i principali. Un po' direi le Cronache di Terramare. Ma anche Sailor Moon, Magic Knight Rayearth. Poi  Matrix, Sense8 e in generale le sorelle Wachowsky. Per le protagoniste, invece Doom Generation, Heathers, It.
sia nelle tue opere precedenti che qui in haxa, la commistione tra fantastico, magico, ultraterreno e quotidiano è uno dei temi fondamentali, una sorta di marchio di fabbrica. cos'è che preferisci, da autore, di questi elementi? le possibilità narrative o quelle grafiche?
Credo di non preferire da solo nessuno di questi. Per me sono gli elementi che costituiscono la realtà. La fantasia, la magia e le cose ultraterrene fanno parte della mia vita. Qualche anno fa preferivo le possibilità grafiche nel mio lavoro e anche se so che per la buona riuscita di un opera devono equilibrarsi a quelle narrative, ora preferisco concentrarmi sulla storia (o le storie) e lasciare che le immagini fluiscano da essa liberamente, senza cercare sempre l'immagine forte...
le tavole di haxa sono forse le più colorate tra tutte quelle delle tue opere, che valenza ha questa scelta cromatica nella storia?
Guardandolo una volta finito, penso che la colorazione rispecchi i contrasti della storia, e contemporaneamente anche il fatto che non esistono verità polarizzate, ma una vastità di caratteristiche e differenze. Ho cercato di superare il concetto di colore>realismo, in modo da avere così tanto colore da rendere irreale e ipervariegata la realtà.

ho notato che spesso prediligi i personaggi femminili, è una preferenza puramente grafica o il fatto che sia una ragazza la protagonista della tua storia ha un qualche tipo di rilevanza a livello narrativo?
Nella vita privata raramente riesco a stringere rapporti di amicizia con i ragazzi. Non mi sento proprio in questo ruolo. Quindi per me restano sempre un po' degli estranei. Sebbene quello che faccio nelle relazioni sociali sia mettermi a fondo nei panni di tutti (sembra una cosa bella, ma deve essere abbastanza fastidiosa). Le protagoniste dei miei libri sono femmine perché riesco a sentirmi più a mio agio. In Haxa sono in schiacciante maggioranza rispetto ai personaggi maschili. Ricordo di aver pensato mentre lo scrivevo che avrei dovuto metterci più maschi, almeno per arrivare a metà. Ma poi mi sono risposto un "chissenefrega, è la mia storia e decido io". Quindi non ha nessuna rilevanza a livello narrativo, nella stessa misura in cui nel Ghostbusters degli anni '80 erano tutti maschi, no? :)
e a proposito di personaggi, ce n'è qualcuno che preferisci?
Preferisco Aiko, perché non riesco a non apprezzare le persone che hanno un carattere di merda (sempre per quella cosa del mettersi nei panni degli altri fino in fondo...). E poi è pazza.
i confini del vento è solo il primo di quattro libri dedicati all'universo di haxa: hai già in mente tutta la storia o lascerai i tuoi personaggi liberi di agire in uno schema più o meno dettagliato?
Tutti i personaggi saranno liberi di muoversi in uno schema abbastanza dettagliato. Ma soprattutto, a differenza di altre saghe cresceranno e il loro carattere subirà delle evoluzioni precise. Non resteranno delle eterne adolescenti. Diventeranno adulte, peggioreranno o miglioreranno. Avranno cicratici che si porteranno sempre appresso.
in parallelo a haxa pensi di dedicarti ad altri lavori? anche, ad esempio, collaborazioni come quella (che io ho adorato) con bonelli per il numero di dylan dog color fest favole nere?
Al momento non c'è niente di programmato, ma è nelle mie intenzioni. L'episodio per Dylan Dog Color Fest sarà l'unica collaborazione con Bonelli.
cosa ne pensi del mondo delle autoproduzioni? dopo abraxas pubblicheresti altri albi senza appoggiarti a un editore, oppure partecipando a delle antologie collettive?
Penso che siano cambiati i tempi, sia nella mia crescita artistica, che per il mercato in generale. 
Su internet (che è il canale principale) devi re-inventare continuamente i veicoli e i modi di comunicare, e secondo me sarà sempre meno praticabile per i progetti indipendenti perché vengono inghiottiti in un istante negli algoritmi dei social network. Quindi è diventato più complesso produrli da solo (ho partecipato ad antologie solo in rari casi) a meno che non ci sia un progetto di promozione articolato che in questo momento non ho il tempo di seguire. Passerà un po' prima che lo trovi per autoprodurre qualcosa di originale come Abraxas, anche se ho già cose in mente.
ci puoi dare qualche anticipazione su cosa succederà nel prossimo volume di haxa?
Posso dirvi che ci saranno due nuovi personaggi. La mia preferita si chiama Tsisia, è Goetiana e fa parte di un gruppo contrapposto all'Hexacustodit chiamato "il Consorzio".
Quando la conosciamo, vediamo che ipnotizza una ragazza con cui ha fatto sesso per rubarle i soldi. Ma non si capisce bene come abbia fatto. Non è uno spoiler vero perché sono solo le prime 5 pagine. Nel secondo volume tutte le dinamiche del mondo sono già state raccontate. Quindi succederanno un sacco di cose.
ti ringrazio tantissimo del tempo che ci hai dedicato e ti faccio un mega in bocca al lupo per i tuoi prossimi progetti e per il futuro di haxa! a presto!

lunedì 4 dicembre 2017

una moderna olympia

vi ricordate di quando vi parlai de le variazioni di orsay, di manuele fior? plausibilmente no, ma potete andare qui e recuperare. il punto è che il romanzo di fior, così come una moderna olympia di catherine meurisse, fanno parte dello stesso progetto del museo di orsay che aveva lo scopo di far raccontare il museo e le sue opere attraverso la letteratura a fumetti.


catherine meurisse, della squadra di charlie hebdo tristemente nota per le vicende di qualche anno fa, mette in scena una commedia esilarante, in cui la famosissima olympia dipinta da manet - in qualche modo motore primo di quella che fu la più grande rivoluzione artistica della modernità - sogna di diventare un'attrice, in una sorta di mondo parallelo in cui i personaggi delle opere conservate all'orsay vivono tra i quadri e la bellissima scenografia che solo la struttura della gare sa offrire, cimentandosi in opere cinematografiche e teatrali dal dubbio successo, di cui la regina indiscussa è una tronfia venere, ufficiale, arrogante, piena di sé e in aperto contrasto con la refusée olympia, che se pur non troppo talentuosa, mina le certezze della dea.

l'opera è come un lungo musical muto, in cui il fumetto si fa il mezzo per cui le opere d'arte prendono vita e superano i confini non solo delle tele ma anche dei ruoli loro imposti, lasciandoci scoprire la natura ingenua e sognatrice di olympia e quella di donna senza scrupoli di venere, o di un piccolo pifferaio sempre pronto a dire la cosa sbagliata al momento sbagliato.
danno vita agli spazi pittorici che abitano da anni e nel frattempo creano scenette comiche che l'autrice riesce a inserire senza mai rendere i personaggi ridicoli o snaturati, con una padronanza perfetta dei tempi comici e un tratto espressivo e disinvolto: il risultato è una lettura squisitamente francese e divertente, al contempo molto colta e consapevole del terreno su cui si muove.

venerdì 1 dicembre 2017

book blog tour "berlino 2.0" V tappa ~ intervista ad alberto madrigal

berlino è la libertà a discapito della realtà

margot si è trasferita a berlino carica di sogni e speranze, e in questa città le sembra che ogni possibilità sia effettivamente vera e pronta a farsi prendere al volo proprio da lei.
berlino è una città viva, piena di arte e di giovani che lavorano realizzando quello che desideravano, è facile trovare lavoro, anche per chi, come lei, vorrebbe farlo nell'ambito culturale...
ma davvero è tutto così facile? come è possibile che berlino sia un'isola felice in un europa in cui il lavoro è sempre più un miraggio, sopratutto per i più giovani?
la risposta è talmente facile che continuerete a non pensarci fino a che non leggerete questo libro.

berlino 2.0 è la nuova versione di una germania che era già stata l'ambita meta di chi era alla disperata ricerca di lavoro, è una berlino riconfezionata ad hoc per i ragazzi che da tutta europa partono cercando il loro futuro, con qualcosa di meglio però che una valigia di cartone, ed è un libro che, senza esagerare mai con i toni, con una pacatezza che accorda perfettamente testo e disegno, racconta con lucidità una generazione allo sbaraglio in un mondo completamente pazzo.

oggi c'è alberto madrigal con noi a chiacchierare un po' su questo libro, che ha disegnato insieme a mathilde ramadier, che si è invece occupata della sceneggiatura.

buona lettura! (alla fine dell'intervista le regole per partecipare al giveaway)


ciao alberto e benvenuto su claccalegge!
ci racconti come vi siete incontrati tu e mathilde ramadier e come avete deciso di raccontare la storia di margot, la protagonista di berlino 2.0?
Ci siamo conosciuti qualche anno fa in una social network di artisti a Berlino (Artconnect Berlin). All’epoca Mathilde stava scrivendo il suo primo fumetto (Rêves Syncopés, Dargaud 2013) e mi ha chiesto informazioni pratiche di come lavoravo io. Siamo diventati amici, mi ha detto che voleva scrivere una storia su Berlino e qualche anno dopo mi ha proposto di disegnarla, visto che l’avevo già fatto nel mio primo libro.
questo libro è un po' come il finale di una trilogia che era iniziata con un lavoro vero, però è anche il primo che non scrivi da solo. come mai questa volta hai deciso di realizzare una storia a quattro mani?
Dopo aver fatto due libri come autore unico ero sicuro di non voler disegnare storie scritte da altri. Per me, disegni e parole vanno molto legate. Quando Mathilde mi ha proposto di fare il libro insieme ero pronto a rispondere di no, ma pensandoci bene, ho capito che potevo prenderlo come una cosa diversa. Potevo fare il regista con i disegni, decidere come raccontare la storia, ma senza preoccuparmi di essa. Per fare questo, comunque, mi serviva libertà assoluta nella narrazione. Non riesco a disegnare se lo sceneggiatore mi dà ogni dettaglio de come dev’essere costruita la pagina, ma con Mathilde non è stato un problema. Lei ha scritto i dialoghi e mi ha detto i luoghi quando erano importanti per il senso della scena. Per il resto, ero libero di scegliere quante vignette usare.
il tema principale delle tue storie è il lavoro, che poi credo sia un po' l'ossessione di tutta la nostra generazione, e infatti di quella generazione racconti nei tuoi libri. nel tuo primo graphic novel, un lavoro vero, c'è una sorta di paradosso perché in effetti tu hai scritto un fumetto in cui racconti quanto sia difficile lavorare come artista e considerarlo un lavoro, appunto, vero. ma mentre disegnavi e scrivevi, come hai superato questa contraddizione?
L’ho superata fino a un certo punto.
Da un lato ho capito che questo è quello che volevo fare nella vita ed essendo un’attività che ha bisogno di molto tempo, 1-2 anni per libro, l’unico modo è prendendolo come un lavoro, scrivendo e disegnando anche quando di voglia non ne ho. Se lo facessi ogni tanto per divertimento, non finirei mai un libro completo.
Dall’altra parte, è difficile pensare che sia un lavoro “vero” quando non ti fa guadagnare abbastanza soldi per campare. Il primo libro mi è servito per ragionare su questi temi, che come dici tu, sono diventati una mia ossessione. Ma quando ho finito il libro ho capito che l’importante non erano i soldi ma la voglia di raccontare storie e disegnarle.
in berlino 2.0 la città più che un'ambientazione per le azioni dei personaggi, è protagonista con le sue promesse a volte disattese e le sue contraddizioni. fino a un paio di generazioni fa - sopratutto per i siciliani come me - la germania era quasi una sorta di terra promessa, dal tuo punto di vista come la vedi adesso? davvero è così tanto uguale agli altri paesi europei, con i giovani in crisi, il lavoro che non conosce diritti, eccetera?
Non saprei risponderti. Nel senso che, la storia che racconta Mathilde non è quella che io personalmente ho trovato qui, anche se ne ho sentito parlare da altre persone. Io mi trovo in una situazione particolare in cui lavoro da solo, addirittura per altri paesi, quindi non ho un contatto diretto con il mondo lavorativo in Germania. L’unica volta è stata alcuni anni fa, quando ho lavorato in una startup di videogiochi e ho avuto un'esperienza molto positiva. Ora mi rendo conto che sicuramente sono stato fortunato.
La storia di Berlino 2.0 fa vedere il contrasto tra esperienze diverse a quelle che racconto nei miei primi libri, e per questo motivo era interessante concludere la trilogia con questa storia. 
sul tuo blog negli ultimi tempi abbiamo letto storie che hanno un tono diverso da quello di questi libri, più allegro se mi passi il termine. pensi che svilupperai il racconto della tua storia e quella della tua famiglia in un libro? o comunque, hai nuovi progetti in mente?
Di solito quando lavoro a un libro vengono fuori dei temi di cui sono preoccupato senza rendermene conto. Forse è un modo di digerirgli in qualche modo.
Invece il blog nasce da situazioni buffe che non vedo l’ora di raccontare per fare sorridere a qualcuno che ho in mente nel momento della scrittura. Se poi la storia viene bene, succede questa cosa magica per cui più persone si riconoscono.
A me piacerebbe molto se un giorno tutte quelle storie del blog fossero raccolte in un libro, perché hanno un filo conduttore che racconta la mia vita in questi anni.
Se invece la tua domanda è se svilupperei un libro della mia storia e quella della mia famiglia che non c’entra con il blog, non lo so. Da un lato mi sento molto comodo scrivendo usando la autobiografia come base, ma mi spaventa l’idea di far vedere troppo su delle persone che mi stanno attorno. Quando fai una storia, i personaggi, pur nascendo da persone vere, vengono cambiati per assecondare il racconto. Questo lo sai tu che scrivi, ma non è facile da accettare da chi lo legge e conosce quelle persone.
A parte questo, ora sono nella fase di scrittura di un nuovo fumetto che finalmente (spero), non parla del lavoro. :)
ti ringrazio per averci dedicato il tuo tempo, in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti! a presto! 
Grazie a te, è stato un piacere!
per partecipare e poter vincere bisogna:
- mettere mi piace alla pagina facebook bao publishing
- diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
- commentare tutte le tappe del blog tour
- condividere il blogtour sui social
- compilare il form con i dati (per il givaway)
- il giveaway  termina il4 dicembre!

ed ecco tutte le tappe del blog tour!
22 novembre fangirl in love with books ~ videorecensione e annuncio giveaway
24 novembre i bookanieri ~ recensione
27 novembre oh ma che ansia ~ videorecensione
29 novembre la tana del booklover ~ recensione
1 dicembre a clacca piace leggere ~ intervista agli autori

a Rafflecopter giveaway

mercoledì 29 novembre 2017

macerie prime

ogni volta che esce un nuovo libro di zerocalcare succede il finimondo: tutti lo vogliono, (quasi) tutti lo leggono, (però) tutti ne parlano e lui, zerocalcare, entra in ansia da prestazione, temendo ogni volta il fallimento (ormai è l'unico a credere che potrebbe fare una roba tanto pessima, noi l'abbiamo capito che è bravo).
possiamo rassicurarlo che anche per questa volta l'ha fatta franca perché, anche se questo libro non è il solito zerocalcare - anche se non sono sicurissima che esista un solito zerocalcare - è piaciuto tanto. e non solo a me (che anche sticazzi, per dirla come direbbe lui).


macerie prime è il libro in cui zerocalcare-personaggio e i suoi comprimari si riallineano ai loro corrispettivi nella vita reale, presentandosi per quello che sono oggi dopo sei anni - che non sono tanti ma che hanno visto pubblicare altri sette libri e un numero imprecisato di tavole online - da la profezia dell'armadillo. ne esce un affresco tanto drammatico quanto, almeno in sottofondo, denso di affetto per quelli che per l'autore sono molto di più che disegnetti nelle sue storie.
ma niente paura, il solito zerocalcare, quello che un po' fa male e un po' fa ridere, è sempre lì, uguale a se stesso, solo molto più incasinato, oppresso da un successo non previsto a cui non riesce a tener freno per via del suo infinito senso di colpa che lo devasta alla sola idea di non partecipare a un'iniziativa che è chiamato a sostenere, a non fare milioni di dediche alle presentazioni, a dire per una volta "no".
necessariamente però, questo stravolgimento ha cambiato le sue abitudini, si è allontanato dalla vita pre-profezia e, inevitabilmente, dai suoi amici: cosa succedeva a loro mentre lui diventava famoso e vendeva milioni di copie?
più o meno quello che succede a tantissimi coetanei in questo paese ridicolo: la deriva delle certezze, la precarietà, la necessità di rinunciare ai sogni e alle ambizioni per sopravvivere, i cambiamenti insospettabili da un lato (cinghiale si sposa! chi mai avrebbe potuto anche solo immaginarlo?) e la monotona mancanza di prospettive dall'altra.
le macerie prime del titolo sono quelle che riguardano tutta la nostra generazione, quelle materie prime che non sono mai neppure state considerate, sottovalutate e sfruttate, ridotte all'osso e svuotate di significato e speranza.


la trama - che se leggendo il fumetto vi è parsa inconcludente è perché effettivamente si concluderà tra sei mesi, a maggio prossimo, con la seconda parte, quindi state tranquilli - prende le mosse da un'inaspettata riunione tra zero-personaggio e i suoi amici-personaggi, che gli chiedono di aiutarlo a partecipare a un bando che per molti di loro potrebbe significare un incredibile passo avanti in quell'inferno che è ilmondodellavoro (chiedo scusa per la bruttezza dell'espressione, fa venire i conati anche a me ogni volta, ma va di moda dirlo, giusto per sottolineare quanti ne sono alieni), e che ovviamente zerocalcare non può rifiutare.
ma, nonostante i legami forti di anni di amicizia, ritrovarsi dopo tempo, carichi del peso del fallimento da un lato e di quello del successo dall'altro, non è tutto rose e fiori, anzi.
ci vuole pochissimo per sbriciolarsi, per perdere quel pezzo di sé che ci rende empatici, solidali, comprensivi, umani.
una perdita che si concretizzerà in un'assenza che - almeno per me - fa più male di ogni altra crudeltà che l'autore potesse immaginare.

parallelamente alle vicende parabiografiche dello zerocalcare del fumetto, assistiamo a delle scene di ambientazione post-apocalittica in cui, tra le macerie reali di una baraccopoli senza regole, un anziano e un bambino studiano il comportamento di alcuni tremendi mostri, una sorta di esasperazione - questa volta per nulla comica - delle incarnazioni che hanno ormai formato il pantheon di emozioni e voci nella testa della produzione di zerocalcare.
è la parte meno comprensibile, per il momento, della storia, che sicuramente capiremo meglio in seguito.
infatti la storia si interrompe per poi riprendere sei mesi dopo, cosa che coinvolgerà direttamente i lettori, come si diceva prima: la parte conclusiva - che si intitolerà macerie prime - sei mesi dopo e che chiarirà tutti i quesiti nati durante la lettura (speriamo) - sarà pubblicata proprio dopo sei mesi dalla pubblicazione del libro.
personalmente trovo che questo espediente, che mette sullo stesso piano tempo della narrazione e tempo reale, crei un coinvolgimento emotivo in più con il lettore e un'aumentata sensazione di veridicità della storia, per quanto zeppa di animali parlanti e situazioni da esplorando il corpo umano.

mi è piaciuto macerie prime? sì, un sacco (così, se mai zerocalcare dovesse leggere queste righe, può stare tranquillo), mi ha fatta ridere, come al solito, e come al solito mi ha commossa, perché sempre, anche in una storia che è in qualche modo parecchio personale, riesce a parlare di tutti e a tutti quelli che a trent'anni, nel bene o nel male, si sono ritrovati a essere quello che mai avrebbero immaginato da bambini.
se le premesse sono queste, vale la pena aspettare sei mesi.

lunedì 27 novembre 2017

il re delle fate

"abbiamo appena ucciso un essere vivente. con un vestito."

diventare un omicida non è mai un'esperienza senza conseguenze, ma diventare un faticida sarà per obi uno dei più grandi casini della sua vita.
e certo che lui non è esattamente un ragazzo modello, anzi: non eccelle a scuola, è un po' sfigato e nessuna ragazza sembra interessata a lui.
ha una sola amica, rita, la più svampita della scuola, che è l'unica persona su cui obi può contare.
e rita è con lui quando, collaudando l'elicotterino telecomandato che gli ha mandato sua mamma, uccide per sbaglio una fata. e nemmeno una fata qualsiasi, ma il re delle fate dell'appennino, ritrovandosi così costretto, in virtù delle ferree (si fa per dire, le fate odiano il ferro, per loro è letale) leggi del popolo fatato, a prendere il posto del defunto sovrano.

ora, passare da sfigato totale a re potrebbe anche essere un bel passo avanti, ma di regnare su degli esserini alati e dal comportamento assurdo, come il suo nuovo entourage non smette un attimo di fargli notare, non è esattamente il sogno di nessun adolescente.
così per un po' obi approfitta dei suoi nuovi poteri, sopratutto il suo nuovissimo e del tutto magico ascendente sulle donne, per godersi la sua vita senza occuparsi troppo del regno: le ragazze cadono ai suoi piedi e gli altri ragazzi lo ammirano stupiti ogni volta che si mette in mostra (saper parlare con gli animali ha i suoi vantaggi quando si ambisce a una vita da spaccone).
i suoi consiglieri però non lo mollano un attimo, e per di più gli svelano che gli rimangono pochi mesi di vita: secondo le usanze del regno infatti, se un re non viene ucciso prima, deve essere sacrificato a settembre, durante l'equinozio di autunno.

un prezzo troppo caro da pagare, anche paragonato al suo mai sperimentato prima successo con il gentil sesso. e se ci fosse una via di uscita...?


con il re delle fate (edito da edizioni bd), andrea meucci scrive una storia che pur nella sua semplicità sa riservare un paio di colpi di scena inaspettati, ma sopratutto è una bella storia d'amicizia e di crescita: un romanzo di formazione urban fantasy, che sa mischiare bene il mondo immaginato del regno delle fate e quello tristemente vero delle meschinità, prepotenze e cattiverie a scuola, e che lo fa senza forzature, giocando con due personaggi, quelli di obi e rita, che sono outsider tanto in mezzo alle fate che tra i compagni di scuola.

menzione anche per lo stile delle tavole di elena triolo: non solo il suo stile particolarissimo, fresco e divertente, ma anche la colorazione (monocromo, con intere campiture riempite a matita, e dettagli a colori) danno alla storia quel tocco di ironia e di leggerezza che la rende così brillante.

domenica 26 novembre 2017

boomstick award - edizione 2017

che belli che sono questi premi, mi fanno tornare indietro ai tempi di splinder ed msn e ai cursori dei mouse con le stelline e a quelle tremende canzoni che iniziavano a tradimento quando si apriva uno dei tanti blog emo che spopolavano all'epoca.
comunque, gli anni passano ma clacca si becca ancora bannerini e menzioni varie, e io ne sono ultrafelice, sono quasi tornata adolescente per l'emozione e devo tutto a erica - babol - bolla di bollalmanacco (il blog dove leggo le trame dei film horror che mi mettono curiosità ma sono troppo cacasotto per vederli e non farmi venire 40 di febbre per una settimana) che mi ha insignita del prestigioso boomstick award, premio creato da book and negative e che grazie a dio non prevede il lungo elenco di fatti miei che non interessano a nessuno (l'unica roba che fa audience della mia vita privata è camilla, ormai lo so, le sue foto prendono millemila cuoricini su instagram, le mie se le filano solo tipo il mio ragazzo e i miei parenti) ma solo di seguire quattro semplicissime regoline che ricopio qui:

1 – i premiati sono 7. non uno di più, non uno di meno. non sono previste menzioni d’onore
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – i premi vanno motivati. non occorre una tesi di laurea. e sufficiente addurre un pretesto, o più di uno, se ne avete
4 – è vietato riscrivere le regole. dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite (beh, io ho tolto le maiuscole, ma l'ho fatto per autodifesa: se uso una maiuscola muoio.)

chi non rispetta le regole si becca il bitch, please award e un sacco di disonore sulla sua famiglia e sulla sua mucca.


i sette che si beccano il premio sono:

1 - una banda di cefali, blog fichissimo pieno di begli articoli su tutto: fumetti, libri, film, serie tv, musica, ogni cosa: è l'enciclopedia perfetta ogni volta che cerco informazioni prima di buttarmi in una nuova storia. menzione speciale per la cefala carla che è anche la mia anima gemella.

2 - paper moon di diletta, sopratutto per gli oroscopi mensili che adoro e poi perché diletta è quella che mi ha trascinato nel girone infernale del fanta-got, che ha dato un senso alla mia estate.

3 - tararabundidee di carletta piccola (è il modo che abbiamo io e il misterioso recensore per distinguerla da carla cefala, scusateci, siamo persone semplici), perché c'è george hautecourt e un sacco di bei libri e bei fumetti.

4 - la mia omonima claudia e il suo il giro del mondo attraverso i libri, che è la migliore alternativa quando vorresti viaggiare anche tu ma non c'è modo che il salvadanaio ingrassi quel che serve.

5 - bibliomania di camilla, perché magari la convinco ad aprire una pagina facebook così la smetto di perdermi i suoi post!

6 - claire e la sua dipendenza da shoujo che condividiamo in pieno.

7 - tutta la banda de gli audaci, ai quali fregherei buona parte di quello che tengono in libreria!

e anche questa volta, ciao ciao cavour!

venerdì 24 novembre 2017

non stancarti di andare

me lo sono rigirato a lungo tra le mani questo libro, non stancarti di andare, atteso con amore e curiosità fin dalle primissime anteprime.
d'altro canto come poteva essere altrimenti? teresa e stefano sono due autori che ti fanno innamorare delle loro storie, dei loro personaggi, del loro modo di raccontare che va oltre le parole e i disegni e che è permeata di tutta la loro passione e del loro affetto.
dopo viola giramondo, dopo il porto proibito, dopo orlando curioso, le aspettative, per questo libro che gli editori che avevano potuto sbirciarlo in anteprima definivano un capolavoro, erano altissime.
e non c'è voluto molto a soddisfarle: la scintilla è scattata subito, già da quella quarta di copertina dove, invece della solita sinossi o degli strilloni di penne autorevoli, c'è quella definizione che ruba spazio alla grammatica e fa posto all'emozione: attendere: infinito del verbo amare, scritta sopra l'immagine di una donna con un pancione gigantesco e l'immancabile maglietta a righe da pirata.
lo rigiro ancora, passo le dita a contare le pagine, a riempirmi di quel consiglio così necessario stampato accanto alle figure di questi due ragazzi che si guardano con infinita dolcezza: non stancarti di andare. tutti avremmo bisogno di qualcuno che ce lo sussurra con un sorriso, e se non c'è, possiamo consolarci ogni volta tornando a questa storia.


la sensazione, fin da subito è strana: mi sono sentita un po' come qualcuno che spia nell'album dei ricordi di qualcuno, che guarda dal buco della serratura, che ruba un'intimità troppo forte per essere solo finzione narrativa: l'affetto tra i personaggi di questo libro, i loro sentimenti, i loro legami sono così veri e profondi e narrati con così tanta sincerità che in qualche modo sembrano parlare proprio con te che stai leggendo. ho avuto bisogno spesso di mettere giù il libro, fermarmi, fare scendere quel groppo di commozione per dirmi che forse esageravo un po' a sentirmi l'unica destinataria di quella storia, che non è davvero così, anche se stefano e teresa questo scherzetto te lo fanno spesso, ti raccontano una storia come se ti guardassero dritto negli occhi e quella storia fosse solo tua.
se non è questo che fa di un narratore un grande narratore, allora non so cos'altro possa essere.

il breve flashback iniziale lo capiremo solo dopo, ma i protagonisti della vicenda li conosciamo quasi subito: iris e ismail, una giovane coppia innamorata e felice, approdata nella casa in cui lei viveva da bambina, rimasta esattamente com'era circa trent'anni prima. sembra l'inizio del più comune degli idilli: la casa dell'infanzia ritrovata, il lavoro tanto desiderato, l'amore perfetto... ma ismail deve partire, tornare per qualche settimana in siria, nella sua città, sistemare le ultime cose prima del trasloco definitivo in italia. è la primavera del 2013, il conflitto siriano è iniziato da circa un anno ma la situazione sembra non troppo pericolosa, non abbastanza per rinunciare a un ritorno.
un mese dopo, o meglio, una luna dopo - il racconto è scandito dalle fasi lunari, che aprono ogni capitolo con una calligrafia in arabo e una citazione presa in prestito a canzoni, poesie, libri eccetera - iris si scopre incinta.
mentre intorno a lei inizia a presentarcisi il caleidoscopio di personaggi che fanno parte della sua vita - zia tiz, amica di sua mamma e ginecologa, ale, l'amica di sempre, janis, la più importante maestra di disegno, che non ha solo saputo riconoscere il suo talento, ma che le ha permesso di sentirti rivelata a se stessa, la sua folle e sboccatissima mamma, con i suoi capelli rossi e i suoi mille impegni - ismail, che in siria sta aiutando a mettere al sicuro da un eventuale espandersi della guerra i reperti di un museo, viene rapito, ed è solo la più inaspettata delle coincidenze a salvarlo.
da questo momento iniziano due viaggi paralleli, due pellegrinaggi che lentamente muovono i loro passi verso un unica meta: l'incontro, l'attesa, la vita, l'amore.
iris, con il suo amore minuscolo nella pancia, in attesa di ismail, inizia pian piano un percorso a ritroso, tra i suoi ricordi e quelli della sua famiglia: l'infanzia di sua madre, la sua giovinezza sregolata, e poi il viaggio in siria con ale, i primi incontri con ismail e con un prete straordinario, padre saul, anima di un monastero universale, tempio di ogni dio, di ogni spiritualità, porto per ogni uomo e ogni donna in cerca di una risposta o semplicemente di un momento di riflessione, di preghiera. la chiesa di saul risuona di tante lingue, conosce i tanti nomi di dio e gli infiniti modi di pregarlo, li mette insieme, non esclude nessuno, apre le braccia a tutti: è lì che l'amore in boccio di ismail e iris è stato riconosciuto, e dal quel prete gigantesco dai capelli rossi e il sorriso gentile è stato benedetto. iris va indietro nel tempo e poi corre avanti, a scrivere le lettere che il suo piccolo leggerà poi qualche anno dopo, a raccontargli dei loro mesi di via in due.
nel frattempo ismail dovrà affrontare il più duro dei viaggi tra ogni sorta di orrore, paura e sofferenza: il viaggio di chi perde ogni diritto, di chi deve riconquistarsi la vita passo dopo passo, di chi deve sopravvivere anche quando lo sconforto prende il sopravvento e l'umanità sembra essere perduta per sempre. vedere i propri compagni morire e incontrare altri prendere il loro posto, con gli occhi assetati di vita, di giustizia, di futuro.

"nel cuore degli uomini"

non stancarti di andare è un racconto corale in cui teresa traccia innumerevoli legami che si dipanano avanti e indietro nel tempo, una struttura complessissima che pure non si ingarbuglia mai, che sa raccontare la storia più difficile, complicata, assurda e incasinata di tutte: quella della vita, degli affetti, dei legami, dei cambiamenti, degli sbagli e del momento in cui si chiede scusa, si ricomincia, ci si ritrova. e lì dove teresa intreccia parole, stefano trova di volta in volta il tratto giusto, il segno esatto per le sue immagini: a volte la delicatezza dei pastelli, altre il segno graffiante di una biro o un pennarello, colori luminosi o campiture nere, primi piani intensissimi o scorci di paesaggio che sanno esprimere la forma sfaccettata e complessa del mondo.

è un libro indimenticabile questo, che ti rimane nel cuore, che ti porta vicino non solo iris e ismail e il loro bambino, non solo la loro storia, non soltanto quel sistema solare di vite e racconti che ruota intorno a loro, ma rimane sopratutto il viaggio di ismail, così simile a quello dei tanti che sbarcano sulle nostre coste: indesiderati, cacciati, odiati.
giochiamo con le loro vite senza neppure provare a conoscerle, senza volerci sporcare l'anima a guardare i loro occhi e assaggiare un granello del loro dolore. raccontare l'esodo dei disperati, il loro viaggio tremendo attraverso il deserto, l'affidare la loro vita a uomini senza scrupoli né coscienza, non era facile. bastava pochissimo per scadere nel patetico, o per raffreddare le emozioni con troppo didascalismo, bastava poco per scivolare nell'orrore e nel grottesco, ma teresa e stefano riescono a farlo nel migliore dei modi possibili: non nascondono nulla ma non cadono mai nel voyerismo fine a se stesso, non si lasciano andare a sterili lagnanze ma non dimenticano il dolore: rispettano la dignità di chi quel viaggio lo compie, quella che ogni volta troppi fanno finta che neppure esista, la dignità che sa sopportare anche la morte ma che non regge l'indifferenza. le pagine di questo viaggio sono bellissime e vere e poetiche e dense di voglia di vivere, di non arrendersi, di non stancarsi di andare.

ho vissuto la lettura di non stancarti di andare come una lunga lettera indirizzata proprio a me: il mistero dell'amore che si fa vita e della vita che si fa viaggio, dei sogni che spingono i piedi lontano, del dolore che insegna ad apprezzare la gioia, della disperazione che si fa fame di speranza.
ed è ricco di riflessioni sul nostro rapporto con dio, qualsiasi nome vogliamo dargli, con la spiritualità, con l'incontro con quel qualcosa di immenso e bello che a volte abbiamo occasione di sperimentare, pure se lontano dalle chiese: un divino che non esclude nessuno, che non si definisce sulla base di un alterità ma su quella della condivisione e della somiglianza, una religione che forse non esiste o forse è l'unica in cui valga la pena credere, quella dell'amore, dell'unione, dell'accoglienza.
la figura di padre saul è forse una delle più riuscite, sicuramente, come poi spiegano gli autori a fine del volume, una delle più sentite: ispirata a paolo dall'oglio, gesuita italiano che negli anni '80 aveva fondato una comunità monastica mista ed ecumenica nel deserto a nord di damasco e che fino alla sua sparizione, nel luglio del 2013, si era davvero dedicato, proprio come il saul del libro, al dialogo interreligioso volto all'accettazione e alla convivenza di fedi diverse, aprendo le sue porte a cristiani, musulmani e visitatori di passaggio.

è difficilissimo raccontare questo libro, io ci ripenso da giorni a come scrivere questo post. mi sono resa conto che è impossibile raccontarlo o meglio, raccontare quello che scuote dentro, come si fa un groppo e dalla gola sale sciogliendosi in lacrime e rimane dentro come un tesoro prezioso.
ho pensato che era meglio provare semplicemente a dire quello che mi ha lasciato, forse in modo un po' confuso e delirante, come confusi e deliranti ci lasciano le cose belle ogni volta che ci toccano.
è più facile dire che è raro trovare un libro così. quindi lasciate perdere tutto quanto e leggetelo.
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