lunedì 9 maggio 2016

Brancaccio di Di Gregorio e Stassi

Mi rendo conto che siamo piuttosto in ritardo, se consideriamo la data di uscita, ma non potevo esimermi dal prendermi il mio tempo: da siciliano, ho letto  e sentito parlare di mafia più di quanto plausibilmente non capiti altrove. e spesso, il modo in cui si è scritto e parlato di mafia, non è quello in cui avrei sperato. Ho avuto bisogno di metabolizzare e farmi un'idea precisa prima di cimentarmi in una recensione di questo genere.
Non me ne volete.
D'altronde, quando mi capita per le mani un testo, un libro, un fumetto che tratta di un argomento delicato, non posso evitare che in me monti una sorta di scetticismo piuttosto marcato. Come dicevo prima, da siciliano, da persona che in qualche modo si è ritrovato vicino a questo tipo di realtà, ritengo che argomenti come mafia e fenomeni mafiosi non possono e non devono essere trattati con leggerezza, né mostrare stereotipi e neppure, sopratutto, sensazionalismi cinematografici beceri come, mi rendo conto, la stragrande maggioranza di ciò che ci viene propinato in cui è inserito teatralmente il concetto di mafia (e più in particolare, mafia siciliana) si ostina a fare.
L'opera che ho scandagliato stavolta e di cui parlerò è quella a quattro mani di Giovanni Di Gregorio e di Claudio Stassi, recante un titolo che non può non accentuare le mie solite ritrosie iniziali: Brancaccio.
Perché Brancaccio? Il titolo nomina a chiare lettere un quartiere palermitano che è sempre stato sinonimo di dominio mafioso, considerato all'epoca spesso come il Bronx in quel di Palermo, territorio con proprie leggi non scritte e in cui lo Stato non era ben accetto. 
Da questa premessa si può ben intuire quanto sia difficile proporre un lavoro che parli di un luogo simile senza compiere errori di pressapochismo che molti compiono e compirebbero. Eppure, portandosi avanti con la lettura, mi sono trovato costretto a gettare via la gabbia scettica dentro cui mi ero trincerato e a constatare, piacevolmente colpito, l'abilità con la quale i due autori siano riusciti a cogliere e riproporci sfumature sull'argomento che di solito nessuno tiene in considerazione.


Analizziamone la copertina; Brancaccio, il titolo cui accennavo, è subito seguito dalla specifica "storie di mafia quotidiana", che ne raddrizza il tiro e ci offre il primo indizio su cosa aspettarci, costruisce un mood che sarà dall'inizio alla fine e che, ovviamente, si distacca in maniera decisa da ciò cui tv, narrazione e media in genere ci hanno abituato. Tutto questo è accompagnato dall'illustrazione che mostra un paesaggio desolato, fatiscente, al limite del degrado, in cui spiccano un ragazzino con lo sguardo torvo e un bambino dall'espressione confusa, in sella ad una Vespa decisamente troppo nuova per il contesto.
Dove vanno?
Perché il bambino ha l'aria dubbiosa?
Per comprendere questo primo piccolo enigma non resta che immergersi nella lettura, cercando di compiere prima uno sforzo di estraneazione da sé stessi e dal proprio contesto sociale, al fine di immedesimarsi il più possibile, e per quanto possibile, e capire il linguaggio usato, le allusioni, i riferimenti che fanno di quest'opera una rappresentazione veritiera di cosa sia "mafia".

Il quartiere di Brancaccio
Il racconto ha una struttura insolita ma necessaria a far comprendere come gli atteggiamenti criminali vadano ad intaccare l'intero tessuto sociale: la storia è frammentaria, non segue un ordine cronologico preciso, anzi, sembra proprio andare a ritroso nel tempo: ci viene prima mostrata con gli occhi del piccolo Nino (il bambino spaesato in copertina), in preda ai suoi dubbi sul bene e sul male, innocente al punto tale da permettersi ancora di chiedersi "perché" e con una costante voglia di sentirsi altrove o solamente accettato dal branco. Successivamente l'attenzione si sposta sul padre Pietro, venditore ambulante di pane e panelle, ritenuto dagli abitanti del posto il migliore di Palermo, alle prese con lo stress psicologico dovuto a una scelta troppo grande per lui. Infine entrerà in scena la madre Angelina, con le premure e le preoccupazioni tipiche della donna che gestisce una casa e una famiglia. Questi tre macro frammenti convergono in un epilogo che si pone come chiusura del cerchio, come incontro tra diverse generazioni a confronto, come diverso modo di reagire in una società chiusa quale in effetti è quella braccata da logiche mafiose.

Difficile spiegare diversamente senza sciorinare troppo del libro, però è bene anticipare il fatto che ogni singolo personaggio ha un'importanza fondamentale, un ruolo, quasi teatrale, tra vittime e carnefici, figure tipiche di quella che sono le dinamiche mafiose. Ci saranno dunque il bambino, il ragazzo, il maestro, un padre e una madre, il picciotto, il medico, il dirigente, il latitante, tutti in relazione tra loro in un rapporto diretto di causa ed effetto, mostrato con tutte le sue inesorabili conclusioni.

Ma cos'è la mafia? Anzi, per meglio dire... cos'è mafia?
La mafia è un'organizzazione a delinquere che si fonda e si rende forte proprio grazie ad un preciso atteggiamento. Mafia è sopruso e genuflessione, mafia è abbrutimento, degrado morale, mancanza di cognizione sulla realtà, mafia è non sapere che senza mafia si è liberi, mafia è ricercare l'obbedienza e disprezzare chi ubbidisce, mafia è pensare alla scuola come nemico, mafia è ignoranza. Mafia è tante, troppe cose. Mafia è una montagna di merda, per dirla con le parole di chi contro la mafia ha sempre lottato.

L'educazione mafiosa
Ciò che risulta chiaro dalle pagine di questo fumetto è che mantenere un contesto culturale basso, un degrado coscienziale perenne, sia uno dei modi migliori per tenere in vita questo terrificante fenomeno, per creare manovalanza facile da gestire e da manovrare, per creare un popolo sottomesso che non ha i mezzi culturali e intellettuali per ribellarsi.

Decenni di lotte contro la mafia, per quanto eroiche ed efficaci, rischiano di non bastare da sole; rendere onore a uomini e donne che hanno speso la loro vita per vincere una battaglia immensa è possibile solo tentando di intaccare quel meccanismo che nutre la macchina: informare, farsi una cultura, sviluppare una coscienza critica.

Alla luce di quanto fino ad ora scritto, posso solo aggiungere che questo titolo merita di stare nelle librerie di ognuno di noi e merita di essere menzionato, tirato in ballo in discussioni da bar, in diatribe più serie e, soprattutto, consigliato ad oltranza.
Che voi siate siciliani o no.
L'ho letto più volte, ne ho apprezzato i disegni, la trama, i dialoghi e non mi sembrerebbe di esagerare se ritenessi che dovrebbe essere proposto come testo di studio scolastico: è una di quelle piccole grandi cose che possono essere in grado di smuovere le coscienze quanto serve.

Buona lettura.

R.

8 commenti:

  1. direi che non potevamo scegliere giorno migliore per pubblicare questo post. e non è neanche stato voluto. il 9 maggio 1978 veniva ucciso peppino impastato, antimafioso e comunista (diciamolo pure, che oggi comunista pare una parolaccia, esattamente come allora), nel tentativo di far tacere quello che invece ancora si continua a gridare.
    questo libro di cui hai parlato penso sia fondamentale per capire una cosa importantissima: la mafia non è qualcosa di lontano, qualcosa che non ci riguarda, qualcosa che io non mi ci immischio, tanto non c'entro niente, a me non interessa. interessa tutti, colpisce tutti, distrugge tutti.
    tra le tante cose che servirebbero al sistema educativo italiano, bisognerebbe parlare di mafia, parlare di quanto faccia schifo questo sistema in cui tutti sguazziamo, esattamente come fa questo libro, senza inutili retoriche.

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    1. ovviamente hai ragione ^^ unica aggiunta: la mafia non è solo siciliana, non incorriamo in un errore tanto facile...

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    2. ovvio che non lo è.
      l'ho scritto da qualche parte?

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    3. permalosa, era un'aggiunta! u.u

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    4. precisa, non permalosa.
      comunque ok, pensavo di aver scritto da qualche parte che fosse una problematica esclusiva di quest'isola. che è già abbastanza uno schifo di suo.

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  2. Sembra molto bello ed interessante, grazie per averne parlato!

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    1. Grazie per essere passata, credo che possa piacerti sul serio :)

      Ps: clacca, sono stato abbastanza carino nel rispondere? volevo essere il solito buzzurro!

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    2. la cosa divertente è che tu non sapresti essere mai buzzurro neanche a impegnartici.

      sara, tu ignoralo, è uno sbruffone.
      fammi sapere se lo leggi cosa te ne pare! ^_^

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