giovedì 24 marzo 2016

anteprima: "sottrazione" di carlo sperduti e intervista all'autore

il 31 marzo esce sottrazione, una nuova raccolta di racconti di carlo sperduti, autore di un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (di cui avevo parlato qui) ma visto che claccalegge è uno dei blog più fiQi dell'internét, oggi se ne parla in anteprima, grazie sopratutto a gorilla sapiens edizioni che mi ha spedito una copia del libro!

sulla quarta di copertina di sottrazione (divagazione necessaria: a me sta cosa che le quarte di copertina dei gorillibri - ovvero dei libri della gorilla sapiens edizione - inizino sempre con caro lettore di quarta di copertina mi piace da morire. anche se a me mi non si dice) si legge così:
Caro lettore di quarta di copertina, Come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga. Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che “scrivere per sottrazione è una moltiplicazione”.
e già mi piace.


un libro di racconti è per me un libro mordi e fuggi, uno di quelli che non sei costretto a rimanere con il naso tra le pagine fino a che non arrivi all'ultima pagina, ed è facile anche perché in realtà di ultime pagine ce ne sono parecchie, visto che i racconti sono parecchi.
come mi era già successo con il tebbirile intanchesimo etc. (che mi ha seriamente fatto dubitare di essere dislessica, cosa che sostengono in molti, non di esserlo, ma che lo sia io, nonostante legga ininterrottamente - quasi - dalla tenera età), ogni volta che inizio un racconto di sperduti mi sembra di essermi appena risvegliata in un posto del tutto nuovo e sconosciuto dopo una gran mazzata sulla testa. non sai bene a cosa andrai incontro, se le regole di quel mondo sono quelle che pensavi di conoscere, se i personaggi non siano dei pazzi sfrenati e potenzialmente pericolosi, se le parole hanno lo stesso significato di quello che fino ad adesso pensavi avessero (che poi penso: magari sono davvero dislessica e da quando avevo sei anni fino ad ora ho letto cose che non solo non ho capito, ma non esistono proprio e magari le parole cambiano ogni volta nella mia testa).

sottrazione mi ha regalato parecchi di questi viaggi strani: dalle case malate ai ristoranti cinesi in cui servono errori (oltre che orrori), dagli armadi a buco nero ai nei antropofagi, da stanze che diventano sempre più grandi a cucine che contengono lasagne paradossali, fino a quei posti in cui le cose smettono di cadere e rimangono ad annoiarsi a mezz'aria, in compagnia di personaggi sorprendenti, tra cui l'uomo che faceva le cose a contrario, isignazio che, vorrei vedere!, odia il suo nome, fumatori troppo timidi e gente che parla sì poco, ma dice sempre cose vere.

a collegare i racconti tra loro non è una tematica precisa o dei personaggi particolari, quanto la sensazione surreale che tutto ciò che non potrebbe avere senso ha davvero un senso, un rincorrersi di paradossi logici, spaziali, temporali e persino culinari, e sopratutto la capacità, che è la cosa che mi piace tantissimo di questo autore, di saper giocare con le parole, con le lettere, per non parlare di punti, virgole e apostrofi.
questo libro mi ha sorpresa, in fondo non è facile sapere cosa aspettarsi da un libro del genere, di sicuro è impossibile immaginare cosa succedere tra due righe, figuriamoci alla fine del racconto, ogni volta, per ogni racconto.

consigliatissimo a chi cerca una lettura un po' diversa da solito, a chi è della filosofia il come mi interessa di più del cosa*.

*in risposta alla detestabilissima domanda: di cosa parla questo libro?

mentre aspettate che sia il 31 marzo per andare in libreria a comprare la vostra copia di sottrazione, leggetevi questa intervist chiacchierata con carlo sperduti!


ciao carlo, grazie mille per aver accettato di dedicarmi un po’ del tuo tempo, e benvenuto su claccalegge!

ho una domanda che riguarda sottrazione, ovvero: perché scrivere una raccolta di racconti basata sulla lunghezza, o meglio sulla slunghezza (cit.) del testo?
Sottrazione è una selezione di materiale scritto negli ultimi due anni e mezzo circa. Come nel caso di Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, sempre pubblicato da Gorilla Sapiens Edizioni, si tratta di una raccolta non pensata come tale, ma assemblata a posteriori. Dovendo anche stavolta trovare una via per organizzare i testi (per l’altro libro il criterio era tematico) mi sono spontaneamente focalizzato sulla lunghezza, o meglio sulla brevità. Sostanzialmente, mi sono reso conto che tendo a scrivere cose sempre più brevi (l’ultimo racconto di Sottrazione è di 163 battute spazi inclusi) e mi è venuta l’idea di un libro che desse l’impressione di una caduta a precipizio verso la pagina bianca, quindi verso l’annullamento della narrazione (o verso il suicidio della scrittura o in qualunque altro modo lo si voglia dire: insomma, farla finita con questo spocchioso vizio di raccontare). D’altro canto, però, è indicativa la frase con cui si apre il libro, Scrivere per sottrazione è una moltiplicazione, nata come gioco di parole abbastanza scemo e rivelatasi poi l’espressione di un dato di fatto: nel libro i racconti sono molti (34 più un’appendice) e a ognuno corrisponde un modo di raccontare (solo pochi si assomigliano nei toni e nella struttura). Dunque, se il libro punta al nulla, contiene però un campionario di modi di scrivere che sarebbe necessariamente più ristretto con un minor numero di racconti: la strada dell’annullamento e della moltiplicazione si possono percorrere contemporaneamente, a quanto pare. Anche di questo mi sono reso conto a posteriori. Inoltre, come ho scritto nella breve nota che apre il libro (in cui do informazioni sulla provenienza di alcune storie) non ci si deve stupire del criterio adottato nella raccolta: è arbitrario quanto ogni altro.

non sono ancora riuscita a recuperare tutti i tuoi libri (ma lo farò!) però mi pare di capire che preferisci il racconto al romanzo. perché questa scelta? quali sono secondo te i vantaggi di un racconto più breve rispetto a una storia più lunga?
Non porrei la questione sul piano dei vantaggi o degli svantaggi. Che i miei gusti di lettore e di autore siano orientati verso il racconto è palese. Anche quando scrivo cose lunghe (relativamente: la mia storia più lunga, Caterina fu gettata – Intermezzi Editore – supera di poco le 160.000 battute) tendo sempre a procedere per frammenti che abbiano un’identità forte, in alcuni casi una compiutezza, anche se non relazionati al contesto. Le cose inutili, per esempio, che è uscito l’anno scorso per CaratteriMobili, è una storia unica composta da brani le cui connessioni non sono sempre immediatamente percepibili, di modo che il lettore è chiamato a ricostruire la trama almeno in parte. Anche a questo proposito, benché si tratti di un romanzo breve, potrei ripetere il discorso fatto per Sottrazione, intendo la parte sul campionario di modi di scrivere: i vari capitoli de Le cose inutili, infatti, o le varie serie di capitoli, utilizzano procedimenti formali differenti. In conclusione, credo che si tratti di una sorta di forma mentis, quella del racconto – così come quella del romanzo per altri – e non, come dicevo, di una questione di vantaggi.

da cosa nascono i tuoi racconti? alcuni sembrerebbero delle tranquillissime scene quotidiane fino a che qualcosa non rivela qualcosa di completamente assurdo e surreale...
È vero, in alcuni casi i miei racconti funzionano così: un’incursione dell’illogico – o del diversamente logico – in situazioni apparentemente normali (il primo che mi viene in mente è La situazione non precipita, in Sottrazione). Ma è solo una delle possibilità, e a volte è il risultato di altre scelte. Come credo risulti chiaro da quanto detto finora, non mi piace star fermo su un’unica formula. Ciò non vuol dire che io non torni mai su una formula (se l’ho trovata efficace è probabile che la riutilizzi in racconti successivi) ma in generale preferisco che ogni racconto abbia la sua logica e il suo espediente letterario. Per questo una risposta diretta alla tua domanda non è facile, ma non voglio neanche far ricorso a scappatoie come “non c’è una regola fissa”. Quindi sarò specifico, portando alcuni esempi, relativi ad altrettanti racconti. L’idea di Istruzioni per Lucio, contenuto in Un tebbirile intanchesimo, consiste né più né meno che nell’elenco lievemente romanzato delle possibilità combinatorie di due serie di elementi: da una parte delle chiavi di varia forma, dall’altra le serrature corrispondenti; Unità di mistura, in Sottrazione, fa utilizzo di tempi verbali incoerenti per restituire attraverso la lingua lo smarrimento sentimentale del narratore; Un tebbirile intanchesimo, dall’omonima raccolta, fa dell’inversione dislessica di lettere e sillabe sia un espediente formale che un elemento della trama; Dizionario dei sinonimi e degli inonimi (in Sottrazione) simula a fini umoristici una dissertazione accademica sui difetti dell’italiano scritto e parlato. E così via... dunque niente scappatoie come “non c’è una regola fissa”, ma di fatto non c’è una regola fissa. Però c’è sempre una regola.

sempre a proposito di racconti, tu sei abbastanza “fuori moda” considerando quello che al momento sembrerebbe essere più apprezzato, ovvero trilogie, quadrilogie, saghe interminabili. cosa ne pensi di tutte queste storie (quasi) infinite?
Ti ringrazio per il fuori moda. In ogni caso, nonostante la mia predilezione per la brevità, non ho pregiudizi contro la lunghezza. Solamente, credo che a ogni storia corrisponda un’estensione ottimale, e a ogni estensione un certo tipo di storia (per intenderci: Continuità dei parchi di Cortázar non poteva che essere così breve; Alla ricerca del tempo perduto di Proust non poteva che essere così lungo). Quando le due coordinate non trovano un equilibrio si pone un problema: se sei Fëdor Dostoevskij e ogni tanto allunghi il brodo perché devi pagarti i debiti di gioco e stai pubblicando a puntate, ben venga, magari il romanzo si slabbra un po’ e invece di essere perfetto è solo inarrivabile; se non sei Fëdor Dostoevskij e scrivi una tetralogia che Proust potrebbe riassumere in un capoverso scritto mentre fa cattleya, con risultati infinitamente migliori, allora è questione di soldi, proprio come nel caso di Fëdor Dostoevskij, ma quei soldi non te li meriti (a meno che tu non li perda al gioco e allora avresti almeno un punto in comune con Fëdor Dostoevskij, per quanto io preferisca il metodo Landolfi).

se dovessi scegliere uno tra i tuoi racconti, quale sarebbe quello che preferisci, o quello a cui ti senti più legato?
Questa è davvero difficile. Dovendo sceglierne solo uno, attualmente direi Nulla di male, in Sottrazione, ma se me lo chiedessi fra un mese probabilmente sarebbe un altro. Nulla di male comincia così:

Dopo l’ultimo boccone, Tiziano ripone le posate nel piatto e le osserva per un minuto, i pensieri indistinti.Fa lo stesso ogni giorno, senza un motivo particolare.La cucina dei suoi pranzi solitari occupa un angolo del quinto piano del condominio. Al di là della parete a cui è addossato il tavolo una spenta facciata ocra, più bella a scriversi che a vedersi, poi il vuoto sopra un marciapiede sconnesso di una ex periferia.Qualcosa gratta, oggi, lì dentro il muro o lì fuori dal muro, chissà, interferendo con la contemplazione di una forchetta verdeggiante di pesto.Letizia arriverà a minuti.Se Letizia sta arrivando, quel suono deve essere innocuo. Se Letizia non stesse arrivando, quel suono sarebbe un incubo. Se Letizia se Letizia se Letizia, la forchetta la forchetta la forchetta.

mi consigli un libro assolutamente imperdibile?
Una pinta d’inchiostro irlandese di Flann O’Brien, del 1939: è uno dei romanzi più innovati, complessi e divertenti che abbia mai letto. Nelle prime righe si legge questo:
L’idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella prescienza dell’autore, e finire, se necessaio, in trecento maniere diverse.
Segue un Esempio di tre inizi indipendenti.

la cosa che più mi piace del tuo modo di scrivere è che a te piace giocare con le parole. quali sono le figure retoriche che preferisci e quelle che invece non usi – volontariamente – mai?
Ho un rapporto di amore e odio con il linguaggio in generale e con la lingua in particolare. Lo stesso tipo di rapporto ce l’ho con la letteratura, i suoi tic nervosi e le sue convenzioni. Credo che la comunicazione non esista, a nessun livello, che sia una presunzione tutta umana a volte e una consolazione altre volte, come la religione o giù di lì, in ogni caso un’impostura, per non parlare del “senso” o “significato” di cui dovrebbe essere veicolo. Quindi niente preferenze: la retorica con le sue figure la prendo tutta, pacchetto completo, e qualche volta la utilizzo come se avesse uno scopo o fosse reale, altre volte per prenderla in giro come se pretendesse di avere uno scopo o di essere reale.

pubblicare con piccoli editori indipendenti è stata una scelta personale o si tratta solo di è andata così?
Che sia andata così è un fatto. Ma è andata così per una serie di motivi: gli editori con cui pubblico sono editori di cui mi fido, sul piano professionale ma anche su quello personale, a cui ho proposto i miei lavori e che li hanno scelti, e con cui non intendo smettere di collaborare almeno finché apprezzeranno quel che scrivo, cosa che reputo fondamentale. D’altro canto, sono consapevole che difficilmente un editore di altro tipo, un medio-grande, potrebbe essere interessato a quel che scrivo, se ho capito che aria tira. È pur vero che ad altri editori, altrettanto indipendenti rispetto ai miei, non sono piaciuto, dunque non si può generalizzare. Facendo un rapido calcolo, non piaccio ai nove decimi degli editori che ho contattato negli anni, quindi è evidente che Gorilla Sapiens Edizioni, CaratteriMobili e Intermezzi Editore abbiano preso un abbaglio. Però non escludo niente: nell’ipotesi di altre proposte, da parte di indipendenti o meno, le valuterò come ho fatto con le precedenti. Ma per ora non me le vado a cercare: sto bene dove sto.

pensi che sia valida, per le case editrici ma se vuoi anche per gli scrittori, l’equazione meno titoli = più qualità?
No, penso che un editore possa immettere sul mercato anche un solo pessimo libro all’anno, improponibile sin nei minimi dettagli. Lo stesso vale per uno scrittore in tutta la vita.

cosa ne pensi delle graaandi case editrici, quelle che inondano ogni settimana le librerie di nuovi titoli?
Che fanno il loro mestiere, chi meglio chi peggio, e che di questi nuovi titoli pochi m’interessano, ma succede lo stesso, in proporzione, con alcuni piccoli editori: meno titoli, quasi nessuno che m’interessi (soprattutto nel caso in cui il piccolo editore indipendente tenta di ricalcare le logiche del grande editore, con esiti per lo più grotteschi). Tutta questa ossessione per la differenza tra editore indipendente e colosso editoriale non riesce a coinvolgermi. O meglio: finché si parla di economia, distribuzione, monopoli, saturazione del mercato e via dicendo il discorso regge, ma quando si confondono questi aspetti con la qualità del prodotto finale (del singolo libro, non di tutti i libri di un determinato editore o della sua teorica linea editoriale) allora non vedo la connessione, e più di una volta mi è sembrato che si vada avanti per slogan da entrambe le parti, che la retorica del piccolo editore che resiste sia sfruttata a mo’ di strategia pubblicitaria al pari delle fascette che annunciano un miliardo di vendite in una settimana. A me interessa la letteratura – la narrativa in particolar modo – e ho i mezzi, come tutti al giorno d’oggi, per informarmi a proposito. Dunque, se m’imbatto in quello che reputo un buon libro io lo compro e lo leggo perché m’interessa. Se questo buon libro l’ha pubblicato Mondadori, rimane un buon libro. Se questo buon libro l’ha pubblicato Gorilla Sapiens, è lo stesso buon libro.

e delle autopubblicazioni?
Le sconsiglio a chiunque abbia l’intenzione di farsi conoscere come autore attraverso un prodotto di qualità. Le consiglio a chiunque abbia intenzione di divertirsi e regalare o vendere le proprie storie o poesie ad amici e parenti.

stai già lavorando a qualche nuovo progetto?
Sì, sto lavorando a un romanzo che spero di ultimare entro qualche mese e che, sebbene le vicende narrate non c’entrino un bel niente, ha qualche punto in comune, a livello tematico e strutturale, con Le cose inutili. Poi ci sono un altro paio di progetti in cantiere, ma le idee per ora sono così approssimative che non vale la pena parlarne.

dato che mi è piaciuta parecchio la storia (le microstorie?) dell’uomo che faceva le cose a contrario, la domanda che avrebbe dovuto aprire l’intervista (ugh) te la faccio alla fine: chi è carlo sperduti? e sopratutto quando e come ha deciso di fare lo scrittore?
Per fortuna Carlo Sperduti non ha mai deciso di fare lo scrittore. È un tizio che ha da poco passato i trenta, che ha vissuto la prima parte della sua vita tra Broccostella e Sora in Ciociaria, la seconda parte a Roma e che ha appena iniziato la terza a Perugia. Verso i diciasette anni, per puro caso, si è trovato a scrivere un racconto e la cosa gli è sembrata divertente, così ha smesso perché il suo personaggio di allora aveva il dovere morale della sofferenza; ha poi ricominciato nel 2008 e ha continuato fino a oggi. Continuerà finché si divertirà.

ah, un’ultimissima cosa che però non è proprio una domanda ma una richiesta, anche un po’ idiota (quindi se vuoi ignorala), ci regali un racconto breve, brevissimo, sottrattissimo?
Da Re minori in microfiabe, appendice di Sottrazione:
C’era una volta il Re Gina.Somigliava in maniera impressionante a sua moglie. Fatto strano: i due non si facevano mai vedere insieme.


e e e grazie mille per tutto! spero di vederti presto a palermo a parlare di sottrazione e dei tuoi libri!

ed ecco il programma del sottrazione tour:

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