lunedì 21 settembre 2015

Pillole blu, Frederik Peeters

Se non si fosse ben capito, faccio capolino non troppo spesso e, ogni volta, mi porto dietro uno strascico di pesantezza. Ho un debole per il fumetto europeo e ancor più quando la narrazione verte su temi importanti, su storie pregne di sensazioni, emozioni, su personaggi con una psicologia complessa. Insomma, non mi accontento di cose rilassanti. Che fortuna, no? Era proprio quello che aspettavate, vero?

Questa volta vi propongo una lettura - oserei dire - insolita. Per due motivi essenziali: uno, è una lettura che offre la possibilità di conoscere l'autore, prima di addentrarsi in ulteriori lavori proposti dallo stesso, e due, si configura come un romanzo autobiografico a fumetti.

Sto parlando dello svizzero Frederik Peeters e del suo Pillole blu.

Il graphic novel in questione viene pubblicato per la prima volta da Atrabile nel 2001 e soltanto tre anni dopo tradotto in Italia da Kappa Edizioni e sembra proprio che, a distanza di 14 anni, si sia affermato come l'opera più famosa e rappresentativa dell'autore, benché il suo stile sia profondamente cambiato col tempo (così come dimostrano Pachiderma e, di seguito, Aâma), tanto da spingere la Bao Publishing a proporre una riedizione 2015 con l'aggiunta di contenuti inediti che appaiono proprio come un post scriptum o, se volete, un resoconto degli ultimi 13 anni trascorsi dalla prima stesura.

Sigle come HIV e AIDS risultano tuttora poco familiari, hanno un suono crudo e tendenzialmente colmo di paura e rifiuto. Sebbene si faccia finta di non sapere, infatti, la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita miete ogni anno milioni di vittime nei Paesi meno sviluppati e resta uno dei principali spauracchi che si annida nell'inconscio della nostra società viziata da una sempre più crescente spersonalizzazione. 
Anche in questo caso non sarà mia intenzione intavolare un trattato medico, non avendone le competenze adeguate; mi limiterò soltanto a dare brevi cenni che, ad ogni modo, non risulteranno per nulla esaustivi, ma potrebbero essere utili al fine di inquadrare l'argomento. L'Aids è una sindrome causata dal virus  dell'HIV che colpisce il sistema immunitario limitando la sua efficacia e rendendo i soggetti affetti particolarmente esposti ad altre infezioni virali o parassitarie , nonché inclini a sviluppare forme tumorali. 
Chi contrae il virus dell'HIV viene detto sieropositivo e, spessissimo, entra nella morsa spietata dei media, che hanno come prerogativa quella di creare scandalo e suscitare scalpore piuttosto che limitarsi ad informare, tanto da essere additato alla stregua di una vittima da pandemia medioevale.

Frederik Peeters squarcia il velo di disinformazione presente, scegliendo un mezzo di comunicazione di nicchia - il fumetto, appunto - e andando a scuotere le coscienze con un atto narrativo che lo vede interprete in prima persona, raccontando in modo semplice e diretto la sua convivenza con l'HIV, di cui la sua compagna e il figlio di lei sono affetti.
In particolare, pone l'accento sulla loro storia d'amore, concentrando in ogni pagina tutte le sue paure e le paure di una ragazza madre in perenne lotta contro lo spettro della malattia, la sottile linea tra felicità e nervi a fil di pelle, l'impegno costante nel crescere un bambino destinato  allo stadio di malato latente (cit.), dubbi, perplessità, ignoranza e poi scoperta. La sua figura sarà un pilastro, sarà un contrafforte di positività, sarà l'ago della bilancia che ripristinerà un equilibrio precario.
Non è facile raccontare tutto ciò, ma il suo modo di disegnare scene che, per quanto siano pervase da questo nemico invisibile, sembrano comunque parlare di vita quotidiana, la loro vita. A più riprese si nota come tutto verta più sul loro rapporto, sul loro modo di amarsi - forse anche inconsapevole - e si ha come l'impressione che l'autore stesso voglia che questo non cada in secondo piano.

I protagonisti della storia sono proprio loro: Peeters, Cati ed il piccolo figlioletto, cui il nome non viene mai menzionato per salvaguardare l'innocenza dei suoi tre anni. I rapporti, che via via si intrecciano, vedono un susseguirsi di problematiche che vanno ben oltre il tema centrale del'HIV, proprio perché si assisterà all'evolversi di una situazione pseudo familiare, in cui il figlio farà i conti con la differenza tra identità genitoriale e il ruolo che Peeters si ritrova ad avere nei suoi confronti, in un susseguirsi di piccoli aneddoti.

L'autore è abile, è immerso nella storia, la metabolizza e la rielabora insieme al lettore. I dialoghi brevi e diretti, dritti al nocciolo della questione, sono accompagnati da didascalie in cui i pensieri macchinosi, pieni di paure ed ansie, quasi abbiano un ritmo frenetico. Tutto ciò si condensa fino ad arrivare a momenti allegorici sempre più marcati (si parte dal rinoceronte bianco che, con la sua mole e pesantezza, simboleggia il macigno della malattia e del suo rischio di contagio sempre in agguato, fino ad arrivare ad un più alto discorso tra l'autore ed un mammuth saggio, che porta ad uno stadio di consapevolezza piena del problema) e costringono il lettore a vivere i tormenti interiori di un uomo che si ritrova a fare i conti non più soltanto con una malattia, ma anche col mondo, con la scienza e con la società.
A rendere ancora più chiaro, semplice e diretto ciò che l'autore vuole comunicare, concorre senz'altro anche lo stile grafico scelto dallo stesso: linee morbide e tratti netti, con contrasti estremizzati e senza mezze tinte. Solo bianco e nero.

Credo che questo non possa essere affatto considerato solo un pretesto per un'opera letteraria, ma, più che altro sia un urlo silente, l'urlo di chi vuole far aprire gli occhi, l'urlo di chi vuole dimostrare come si possa amare al di là di qualsiasi problema, di qualsiasi bollo sociale, l'urlo di chi pensa che in fondo vivere è bello ed è bello vederlo negli occhi di chi non vorrebbe far altro. L'HIV è un problema, come tale va affrontato; il resto è amore.

R.

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...